Tradizioni

Delle numerose attività legate al lavoro artigianale di trasformazione della materia prima, i cestinaioli in particolare trovarono la massima valorizzazione delle loro produzioni, fino ad allora svolte a livelli di tipo familiare o al massimo ristrette a piccoli gruppi agricoli. Ciò appare ovvio, dal momento che qualsiasi cosa prodotta nell’ambito paesano, dalla pasta alimentare, alle uova, alla frutta, ecc. destinata all’esportazione richiedeva dei contenitori adatti a preservarne l’integrità e la freschezza più a lungo possibile. E bisogna dire che quel tipo di involucro fabbricato con i giovani virgulti delle piante di castagno (ma in mancanza di essi si adoperavano utilmente anche quelli di rovere) si rivelavano di una praticità, razionalità, economicità estreme.

Tale opportunità di impiego travalicò poi gli usi strettamente collegati alle produzioni locali per acquisire una sua propria identità di mercato. Sempre maggiori infatti erano le ordinazioni di “coffe” per muratori, carbonai e scaricatori di porto, le ceste piatte e doppie destinate al trasporto dei carciofi provenienti dai centri produttivi sardi, quelle strette e lunghe che garantivano l’integrità delle paste alimentari specie di tipo longilineo, destinate ai mercati di tutto il mondo e che costituivano una delle materie chiave della nostra economia.

Per non parlare poi delle cose più artistiche o di uso diverso, come le culle, e le “ceste da bambino” i primi letti dei piccoli di una volta da vendere specialmente nelle vocianti sagre paesane.

Tra le molte aziende di tipo familiare che curavano questa particolare attività, quella dei Parodi fondata dal capostipite Giovanni, originario della Gaiazza, si staglia con la massima distinzione. Egli infatti fu uno dei primi operatori del settore che compresero l’importanza che avrebbero assunto nel tempo le produzioni dei contenitori di cui egli aveva imparato fin da bambino tutti i segreti costruttivi, dedicandovisi a tempo pieno. Nel 1850 Giovanni Parodi aveva spostato la sua residenza nella frazione Lavaggi, proprio per incrementare al massimo le sue produzioni a dispetto di coloro che lo consideravano poco meno di un visionario.

Quella ditta invece andò incontro al massimo successo giungendo vitalissima fino ad epoche recenti ed impiegando nei vari periodi della propria esistenza, fino a 10 o 12 lavoranti a tempo pieno che producevano dai 150 ai 200 pezzi finiti al giorno. Fantasia e rapidità erano i presupposti su cui si basava lo svolgimento di quella attività; i “scorbassai” ceranesini possedevano in maniera copiosa entrambe le qualità e ne diedero abbondanti prove. Ancora nel decennio 1930-1940 agivano in Ceranesi, il centro “pilota” di quella attività presente a livelli minori in altre zone polceverasche, ben 46 ditte impegnate nella fabbricazione di ceste, “banastre”, “cavagnine”, ecc. Solo la plastica del tempo moderno, con il suo impiego universale, ha potuto sconfiggerne l’uso, limitandone la produzione a pochi oggetti casalinghi, peraltro assai apprezzati per la loro finezza ed originalità.